O’ rraù
Pubblicato in Schegge, Pensieri liberi | Stampa questo articolo |cà fà mammà…. quante volte al giorno noi napoletani ascoltiamo e pronunciamo questa frase, a casa scatenando l’ira della consorte, in ufficio, camminando per strada…. Spesso parte di un discorso involontariamente rubato è l’espressione più tipica del napoletano prescindendo da sesso, censo e casta di appartenenza.Già, o’ rrauù e mammà è nel nostro DNA. Ma come nasce o’ rraù ? Film e libri ovviamente riportano tramandando ai posteri uno dei cardini della cucina partenopea, ricette e miti ad adesso correlati. Ma come accade per l’altro pilastro la Pastiera, non è un errore di battitura con la P maiuscola perchè per me la Pastiera è “il dolce”, in ogni casa ed in ogni anfratto della città anche il più buio, esiste un diverso modo di procedere indiscutibilmente migliore di qualsiasi altro….Inutile tentare una discussione, ci si annota l’ennesima versione e si continua ad usare la propria, da bravi ipocriti menzogneri si dirà al malcapitato di turno… aggie fatt’ o’ rraù comme me itte tu, m’ è piaciute assaje, m’agge cunsulat (che equivale a dire: ho fatto o’ rraù come mi hai detto tu e mi è molto piaciuto mi sono consolato).
Per i non napoletani, mi spiace ma non tutti hanno la grazia di nascere all’ombra della “Muntagna“, si lo so la natura a volte è carogna ma non per questo dovete odiarla per non avervi fatto nascere a Napoli vi avrà riservato un destino peggiore
… dicevo per i non napoletani il ragù non è altro che carne tritata con sedano, carote, cipolle e varianti locali che non discuto in quanto dettaglio inutile, è in pratica ciò che noi invece denominiamo con la giusta dose di disprezzo? sufficienza? bolognese… ma mi viene in mente che forse è solo una cosa che chiamano ragù nel resto del mondo e non lo è… è come dire pizza al di fuori delle mura greco-romane. E’ notorio indi non lo si discute nè dimostra, che la bolognese è un piatto assolutamente non in grado di competere con sua maestà o’ rraù, è cosa di ordinaria amministrazione settimanale.
O’ rraù, invece è il piatto domenicale per eccellenza essendo necessaria una lunga fase di preparazione, tra tutte le ricette, serie e sottolineo serie in cui ci si può imbattere elemento comune è che o’ rraù lo si inizia a preparare il venerdì per assimilarlo, gustarlo, amarlo la domenica seguente. O’ rraù adda pappulià, pippià, in pratica la carne, il pezzo di jammunciell, o’ poche e tracchjulell e’ maial, a pummarola e inte e buatt’, l’uoglje, e cepoll’, a sarzett… (prego, seguire un corso di napoletano per comprendere), insomma gli ingredienti devono conoscersi intimamente talmente intimamente… che la carne si scioglierà in bocca, la salsa che cadrà sui vestiti li tingerà del rosso scuro di questa città, e maccarun che condirete non potrebbero incontrare miglior sugo che ovviamente non scivolerà via come capita con il ragù quello degli “altri”… tutto insomma sarà indissolubilmente legato per sempre nel vostro io. Il vero segreto è il tempo che si lascia alle singole unità affinché si amalghimino tra loro. Ci vuole pacienza, ovvero tanta pazienza per ottenere o’ rraù, la stessa pazienza descritta da Camilleri per il ragno….
Ma oggi chi ha pazienza? Chi è disposto ad aspettare il tempo che ti chiedono le persone e gli eventi? Credo quasi nessuno, perchè ci si è dimenticati che ogni cosa ha necessità del proprio tempo per essere per sempre il meglio che può e si preferisce piuttosto banalizzarsi in un carpe diem illudendosi così di essere felici avendo colto l’attimo… o’ rraù è per me specchio di quello che sono.
O’ rraù, dunque, è definitivo dopo nulla sarà più come prima, nessuno dei suoi singoli componenti sono più com’ erano… ma perchè o’rraù quì, ora, nel blog? Beh, per riflettere su vari aspetti ad esempio come farlo lontano da Partenope (una vera impresa trovare il pezzo di carne adatto, per non parlare delle pummarole) ? Più seriamente pensare alla frenesia e alle ansie che il sistema ci ingenera, alla fretta di volere avere per apparire nel proprio involucro spesso per nulla migliori di quello che in realtà si è. Allora provare ad ottenere o’rraù e mammà non è come i più superficiali potrebbero obiettare una rinuncia a crescere, invero è mettersi in gioco, è sfidare tutto per ottenere ciò che indissolubilmente resterà nell’io, è lottare, è fondersi per unirsi in quanto per natura non monadi, è sapere attendere, è saper rinunciare al vuoto del carpe diem, è l’accettare che esiste un tempo per ogni cosa… questo m’insegna o’ rraù a prendere la vita con il tempo necessario. Il tempo è tema ricorrente nella cucina partenopea ad esempio o’purp s’adda cocere int’ all’acqua soje…. ma questa è un’altra storia…
Io per ora mi esercito a tentare o’ rraù e mammà, le pummarole non sono le stesse, o’ gass non c’è, ma piano piano, cu santa pacienza…. io so aspettare in fin dei conti pò rraù ce vò tiemp’…
(© Αερικό Αθήνα, Anno a Nativitate Iesu Christi MMVII die XII mensis Martii)
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