Volevo solo correre
Pubblicato in Schegge, Pensieri liberi, Libri | Stampa questo articolo |In una sera di tanto tempo fa, in una antica piazza c’erano degli amici, delle amiche, c’ero io. In quella piazza qualcuno mi disse “salviamo la foca”. Parole pesanti, parole insignificanti, solo parole. Quella foca ero io per via di qualche chilo di troppo che mi cingeva l’addome. Era il tempo in cui la vita non aveva ancora segnato con le sue gioie e i suoi dolori il mio io. Quella frase per me fu come svegliarmi da un lungo sonno e decisi di dover smettere di vivere la vita seguendo modelli stupidi, decisi ad esempio che il fumare sigarette era la più grossa idiozia che potessi fare, decisi che il mio corpo l’avrei dovuto rispettare per quanto mi fosse possibile e che mai più avrei sentito “salviamo la foca”. Ed iniziai lentamente ma con tenacia ad avvicinarmi alla corsa, poco alla volta, piano piano, senza strafare. Nulla di patologico, anzi come ogni grande amore nell’irrazionalità trova il suo seme, così io pian piano mi sono reso conto di voler solo correre. Non ho seguito scuole, non ho partecipato a gare, non mi è mai interessato, invero desidero solo indossare le mie scarpette e correre, correre per tanto tanto tempo.
Cosa ha fatto per me la corsa? Mi ha salvato, mi ha reso sempre più forte ancor più nei momenti difficili che ho attraversato, che ogni giorno attraverso, perché in lei trovo me stesso. La corsa scava, svuota, prosciuga e restituisce in leggerezza quanto ha rapinato di morbido e sinuoso. La corsa è sottrazione del meraviglioso superfluo che anni di benessere mi hanno regalato. Nel gesto armonioso e nel cuore stesso della bellezza si nasconde il dolore. Ma è proprio lì che si rivela l’affermazione di sé, la rigorosa disciplina e l’ascolto incessante del proprio corpo. La corsa è un’ascesi senza religione, un percorso di liberazione dai luoghi e dai non luoghi, dai limiti dello spazio e dei tempi.
Non ho mai ceduto al lato patologico delle cose e non l’ho fatto con la corsa, perché la corsa è in se: non generativa ma distruttiva sia nei confronti degli altri sia di se stessi. Il piacere che se ne ricava liberando endorfine, ha un prezzo elevato in termini di tempo e, naturalmente, di fatica. La corsa è un esercizio squisitamente “individuale”, che esclude l’altro. La corsa infine, prevede un itinerario di approccio di tipo, marziale, un “altro” mondo parallelo ed antitetico a quello “civile”.
Sì marziale, sì disciplina ma non come stupida obbedienza all’ordine di un generale X, ma come capacità di sapere capire, ascoltare, aiutare, se stessi e più ancora gli altri.
Negli anno ho corso chilometri e chilometri, con antagonisti il cronometro e la strada. Ho perso tante cose per strada, ma il ghigno di scherno sul viso degli altri per il salviamo la foca si è trasformato, alla soglia dei miei 40 anni, in un ghigno di invidia per uno che foca più non è. Non è la mia vendetta, anzi sono grato in un certo senso a chi disse tanto.
All’improvviso lungo il mio percorso ho incontrato l’errore (Subsonica-Controllo del livello di rombo):
l’errore di aver indossato un paio di sci ed essere sceso lungo una stupida e semplice pista cadendo su di un ginocchio. Quella mia rovina la pago, la pago a caro prezzo ancora oggi. Non ho mai smesso però di correre, non cedo, perché come è chiaro io lotto sempre, ma ora mi pesa. Il legamento crociato, il menisco del mio ginocchio destro sono andati a godersi una infinita vacanza e sempre più spesso un maledetto dolore blocca la mia gamba rendendomi impossibile la corsa, a tratti anche la semplice deambulazione. Maledico l’errore che non posso più riparare, quel giorno, quella discesa, quella pista, quella scelta.
Sono bloccato attendendo da giorni di poter correre, ma è come se il mio ginocchio si fosse messo di traverso tra me e la corsa, non ne vuole sapere, non è psicosomatico il dolore è reale, è un piano criminale del mio ginocchio che fa male e i farmaci non aiutano, forse solo un po’ di tempo potrà farlo….
Seduto sono qui vicino al mare di Ανάβυσσος mentre queste riflessioni vengono alla mia mente e capisco che la disciplina della corsa mi ha cambiato nel profondo. Dovrei imbestialirmi per certe cose, spaccare il mondo per certe altre ed invece non lo faccio. Non vivo questo come un mio difetto ma come il risultato di una disciplina profonda che mi ha scavato dentro e che mi ha cambiato, perché ho imparato a soffrire, perché ho imparato cosa è la fatica, cosa è il sacrificio….
Esiste come sempre un limite - credo - a ciò che posso sopportare ma non so qual è quel limite, quanto in avanti si è spostato in tutti questi anni, di certo si è spostato tanto avanti da farmi apparire talvolta come indifferente ma è apparenza non sostanza.
Una barca passa all’orizzonte e guardandola mi ritrovo d’improvviso in questo mondo a pensare che queste sono solo inutili parole o solo inutili idiozie o chissà…. è tempo di nuotare in questo mare che oggi è una meravigliosa piscina, nuotare tra i pesci e volteggiare con loro ma una tristezza mi prende il cuore e tuffandomi in acqua grido a me stesso…
…io oggi in fondo volevo solo correre…
(© Αερικό Ανάβυσσος, anno bis millesimo septimo, die quintadecima mensis Iulii)
In corsivo si riportano stralci tratti dal libro di Roberto Weber - Perchè Corriamo ? - Ed. Einaudi 2007 che ha ispirato questo scritto. Il libro lo segnalo a coloro che sanno cosa è la fatica della corsa ![]()
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