La percezione che ho di me
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Agosto è iniziato, l’ultimo mese dell’estate, il mese in cui tutti bene o male si concedono un pò di relax, un po’ di riposo da una vita che ci impongono debba essere spinta al massimo, vai a capire poi il perché… Per me le vacanze non verranno, come accade da anni ormai non mi è possibile per una vicissitudine o per un’altra seguire il flusso delle vacanze canonizzate, anche se avrei tanto…
Certo trovandomi qui è un peccato non approfittarne, un’isola, mare cristallino, sole e così via, insomma tutto ciò che tutti sognano per un anno intero, ma neanche quest’anno è il mio turno. Non fa nulla, da uomo semplice quale sono mi farò bastare tutto il golfo Saronico, anche perché Atene è una capitale che guarda ad un mare bellissimo e per fortuna balneabile, data la mia immortalità avrò tempo per le isole
Oggi correvo, al solito l’amico qui sotto qualche smorfia la fa ma diciamo che alla fine gira e inizia a frullare di nuovo chilometri come un vecchio amico con cui ogni tanto ci si litiga il sig. ginocchio poi fa la pace, ad un tratto mi è bruciato l’occhio destro in modo violento ed ho percepito una chiara e netta stilettata. Dovevo continuare, e quindi ho continuato sino a casa. Mi sono guardato allo specchio e il dolore era passato ma l’occhio era modello pugile suonato dopo un incontro. Più che preoccuparmi mi sono messo a ridere, a ridere di quella buffa faccia che vedevo, una evidente puntura di insetto mi ha precipitato nella percezione che ho di me.
C’è un vecchio adagio popolare napoletano che recita più o meno così: o’ munn è comme uno so fa ‘ncapa, cioè il mondo è come uno se lo figura nella sua testa. Semplice ed efficace, una espressione equivalente all’asserzione: il mondo è banalmente come lo percepiamo.
Io mi sono fermato a riflettere su come mi percepisco io. Ridevo e toccavo lo specchio in cui la mia deforme immagine riflessa si è pian piano trasformata in un uomo che si è seduto accanto a me. Un uomo dalle larghe spalle, dagli occhi chiari e vivi, dai capelli con i riflessi dell’oro, con il volto segnato da qualche ruga, con lo sguardo fiero.
Ci siamo seduti a parlare di come lui vedesse il mondo, il mondo in cui io mi muovo nella realtà e lui immagine imprigionata in uno specchio, di quali sono i suoi sogni e i suoi desideri. Gli ho raccontato che sono un uomo di un’altra era, un uomo per il quale una parola è una parola, un uomo che quando parla, parla con il cuore e mette passione in ogni cosa che fa, scherzosamente definibile Harmony
; un uomo che quando lotta mette tutto se stesso; un uomo che è fuori della società attuale, un uomo che non riesce ad accettare il modo di pensare corrente della maggioranza: egoismo, ambizione, sopraffazione oltre i limiti patologici.
Mi percepisco come un dinosauro, un orso, come un elemento fuori contesto lo stesso presente nella foto che ho scattato ieri sotto casa. L’uomo mi ha fatto notare, che non è il cane fuori contesto ma la vettura, così come non sono io fuori contesto ma l’era in cui mi muovo. Io non ho nessuna intenzione di cambiare il modo con cui mi percepisco, preferisco essere un vecchio cane su una stupida auto, con tutto quello che può patire quando tornerà il proprietario dell’auto, piuttosto che cambiare. Se cambiassi, mi ha sussurrato l’uomo, non saresti più ciò che sei, non saresti più te stesso, non scegliere la facile via dell’uniformità, tieni saldo il tuo modo di essere, poi mi ha guardato diritto negli occhi le sue rughe sono scomparse, il suo sorriso si è fatto dolcissimo mi ha abbagliato e io mi sono ritrovato a toccare la mia immagine riflessa nello specchio…
(© Αερικό Αθήνα, anno bis millesimo septimo, die septima mensis Augusti)
[continua…]
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